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Cronaca

Tragedia a Santa Lucia: s'impicca Giuseppe Fumo

Inserito da Il Mattino (admin), venerdì 5 ottobre 2001 00:00:00

Si è impiccato con il rullo della persiana legato ad uno degli infissi della finestra.

«Ti penserò anche da quell'altra parte. Invece di fare male a te, preferisco farlo a me...perdonami, ti amo. Ti amo tanto». Poche frasi scritte su fogli lasciati sparsi sul comodino. L'ultimo pensiero alla donna che da un paio di anni era la sua convivente. Poi ha stretto il cappio intorno al collo. Giuseppe Fumo, 33 anni, pregiudicato, è stato trovato morto ieri mattina da suo fratello, che aveva più volte bussato invano alla sua porta. Una mattina come tutte le altre nella modesta abitazione in via Vitale a Santa Lucia (nella foto la piazza della frazione), dove sotto lo stesso tetto convivono le difficili storie della famiglia Fumo. La madre Gaetana, costretta dopo il divorzio a crescere quattro figli con le modeste entrate da operaia in un'impresa di pulizia. Ed insieme a lei la figlia Alfonsina ed i suoi tre fratelli: Salvatore, Aniello, parcheggiatore al Santa Maria Dell'Olmo, emigrato in Sicilia alla ricerca di fortuna, ed il più grande, Giuseppe, con un passato pesante alle spalle. Piccoli reati, una vita vissuta fuori e dentro il carcere, a combattere contro un destino che lo aveva già marchiato: affiliato, uomo del clan camorristico Bisogno. Lui quella colpa l'aveva già scontata. Dopo alcuni anni di reclusione per una condanna per associazione a delinquere era tornato in libertà, ricominciando ad arrangiarsi con alcuni lavoretti saltuari come operaio. Aveva ritrovato la casa da dividere con una donna: un nuovo amore e finalmente un legame stabile. Eppure non ce l'ha fatta. Proprio ora, quando ormai era ad un passo da un'esistenza normale, tutto è crollato. Forse quello stesso orrore più volte visto in faccia, durante la sua vita al limite, gli è apparso sotto un'altra veste: «Non ce la faccio - una delle frasi trovate in un'agendina nascosta nella tasca dei pantaloni - Mi sento una nullità. Sono una nullità». Quell'ansia gli ha creato un groppo alla gola, quella stessa che ha strozzato con una corda. Sono da poco trascorse le 9 quando Salvatore, suo fratello, bussa alla camera da letto. Un paio di colpi alla porta, chiusa a chiave, ma nessuna risposta. Un segno che non lascia il tempo ad altro pensiero. I familiari chiamano la polizia. Nella casa al civico 70 arrivano gli agenti. Forzano la serratura e, una volta aperto l'uscio, si presenta una scena agghiacciante: Giuseppe, cianotico, è appeso al rullo della persiana. Il suo corpo senza vita penzola da quel cappio che lui stesso ha fissato alla persiana prima di lasciarla andare. Il medico del 118 e gli operatori dell'Humanitas cercano di rianimarlo, ma ogni soccorso è vano. Giuseppe è morto già da un paio di ore. Lo sconforto e le urla di dolore richiamano la madre, già uscita di casa. La sua depressione? Quella relazione diventata il suo fallimento? Le voci, come le numerose supposizioni, si rincorrono, ma senza una possibile conferma. Le uniche verità sono i segni sul corpo di Giuseppe. Gli uomini del commissariato di polizia locale, diretto dal vicequestore Sebastiano Coppola (nella foto), hanno eseguito i primi rilievi. Per cercare di provare la causa del decesso, che visto il suo passato poteva dare adito a qualche sospetto. Sono saltate fuori, così, le prime risposte. Nella stanza sono stati trovati dei foglietti, alcune frasi indirizzate alla convivente. Il cui contenuto, secondo gli inquirenti, lascerebbe pensare ad un addio e ad un chiaro proposito suicida. Ipotesi confermata dal ritrovamento di un'agendina custodita nelle tasche dei pantaloni. Con una stessa frase: «Non ce la faccio più», ripetuta di seguito. Anche l'esame esterno del cadavere ha sciolto ogni dubbio: per gli inquirenti si è trattato di suicidio. Nella stessa mattinata di ieri il magistrato ha liberato la salma, disponendo che venga seppellita nella giornata di oggi.

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